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Tortura e condizioni di vita dei prigionieri politici palestinesi

Uno dei temi da noi sempre impugnati è quello dei prigionieri politici palestinesi che, insieme a quello dei profughi, può essere considerato una delle questioni più emblematiche della situazione palestinese.

La carcerazione e i successivi trattamenti riservati ai prigionieri nei centri d’interrogazione sionisti hanno da sempre avuto lo scopo di fungere da deterrente per qualsivoglia atto di lotta o di militanza politica. Dal 1967 ad oggi oltre 750 mila palestinesi sono passati per le carceri israeliane ma le campagne d’arresti a poco sono servite dinnanzi alla volontà del popolo palestinese di portare avanti la propria lotta per la liberazione nazionale. Questo ha spinto, con il tempo, le autorità sioniste a dover elaborare nuove strategie di deterrenza a loro avviso “maggiormente efficaci”: questo si è tradotto ad esempio in un inasprimento delle condizioni di vita dei prigionieri.

Tortura fisica e violenza psicologica:
Fin dai primi minuti di un arresto il detenuto viene immediatamente sottoposto a violenza fisica e vessazioni: sono molti i prigionieri politici, specie i giovani, a trovarsi sottoposti a veri e propri pestaggi negli automezzi che li trasportano verso i centri d’interrogazione. Lo scopo principale di questo trattamento è quello di “piegare” il detenuto e prepararlo all’interrogatorio che dovrà affrontare; la speranza è quella di poter ottenere più velocemente informazioni e confessioni su azioni compiute o sui proprio compagni. Il prigioniero viene quindi, prima di essere trasferito in un carcere vero e proprio, tenuto in stato di fermo in un centro di interrogazione.

Decine di testimonianze ci riportano come, oltre alla violenza fisica, vengano escogitati i più perversi e spietati metodi per piegare la forza e la volontà dei prigionieri che vi entrano.

Tra i principali metodi di tortura fisica:

  • Tenere legato il prigioniero per gambe o braccia, sospeso nel vuoto, per ore di fila.
  • Privazione del cibo e dell’acqua, anche per lunghi giorni.
  • Privazione del sonno per molti giorni consecutivi: questo comporta gravi ripercussioni sia fisiche che psicologiche e l’obiettivo è quello di portare il prigioniero ad un crollo nervoso.
  • Percosse, frustate con corde o cavi, colpi con corpi contundenti.
  • Scosse elettriche, ustioni e bruciature.

Non vi è un periodo prestabilito per la permanenza nei centri d’interrogazione, molto dipende dai singoli casi, tuttavia la maggior parte dei detenuti vi rimangono, nel caso riescano a resistere alle torture e non confessare, dalle poche settimane ad addirittura per lunghi mesi.
Le condizioni igienico-sanitarie di questi centri sono pessime ed è facile che vi sia il passaggio di malattie tra i prigionieri; spesso i prigionieri si ritrovano a dover espletare i propri bisogni fisiologici in bagni rotti, senza scarico, intasati, allagati. Spesso vi è un solo rasoio per tutti i prigionieri di un’intera ala.

Le condizioni di vita all’interno di questi centri d’interrogazione sono a dir poco ardue; gli alloggi sono studiati appositamente per essere scomodi ed invivibili così da portare il prigioniero il prima possibile al proprio limite di sopportazione. Alcune lenzuola sul pavimento al posto dei materassi, celle talmente piccole dove non ci si può stendere per dormire ma bisogna rannicchiarsi.

Tra i principali metodi di pressione psicologica:

  • I prigionieri vengono minacciati di ricevere pene così lunghe da non poter più rivedere la libertà.
  • Minacce rivolte ai famigliari dei prigionieri, di ferire o arrestare i figli o di dover far sopportare l’umiliazione dell’interrogatorio anche agli anziani genitori.
  • La minaccia di sottoporre la figlia, moglie o sorella del detenuto ad un interrogatorio. Non isolati sono stati i casi in cui dei prigionieri sono stati minacciati di vedere la propria figlia, moglie o sorella abusata sessualmente. In questo le autorità carcerarie sioniste provano a far leva su questioni considerate “disonorevoli” dal contesto sociale di provenienza del prigioniero.

L’estorsione di confessioni:
L’obiettivo principale di tali trattamenti è quello di estorcere confessioni e/o informazioni anche su altri individui; in alcuni casi i prigionieri, sfiniti, finiscono per firmare documenti scritti in lingua ebraica di cui non conoscono il contenuto. In altri casi le traduzioni in lingua araba delle confessioni dei prigionieri riportano notevoli discrepanze: auto-incriminazioni più leggere sulla versione araba, così da far firmare il verbale, e molto più pesanti sulla versione in lingua ebraica, le quali impugnate in tribunale mirano ad ottenere una pena alta.

Spesso i prigionieri non possono vedere i propri avvocati per lunghi mesi e non è raro riscontrare una palese connivenza tra autorità carcerarie sioniste e avvocati assegnati d’ufficio.

Capita che i prigionieri vengano fatti sistemare in celle, comunemente chiamate “le gabbie degli uccelli”, assieme ad altri 5-7 finti prigionieri (in realtà sono collaborazionisti o ufficiali sionisti arabofoni) dove questi tentano di guadagnare la fiducia del prigioniero per estorcergli informazioni.

La detenzione amministrativa
Nel caso il prigioniero non avesse confessato alcunché o non vi fossero prove schiaccianti a suo carico le autorità sioniste spesso procedono ad applicare il regime di “detenzione amministrativa”; secondo questa pratica di detenzione il detenuto sarebbe sotto custodia in base a prove segrete in possesso dell’intelligence sionista, prove talmente sensibili da non poter essere neanche mostrate al giudice o agli avvocati.

In questo modo il prigioniero che si ritrova in regime di detenzione amministrativa non ne conosce neppure il motivo del suo arresto, ammesso che esista realmente, e non può difendersi dalle accuse. La detenzione amministrativa viene rinnovata ogni sei o nove mesi. Molti sono i casi di prigionieri che si sono visti rinnovare la detenzione amministrativa per decine di volte. Questa pratica é molto frustrante perché il prigioniero non sa, fino al giorno del rinnovo, se verrà rilasciato o trattenuto per altri sei mesi.

Situazione all’interno delle carceri
I prigionieri usciti dai centri d’interrogazione vengono trasferiti nelle carceri. Alcuni centri di detenzione non sono altro che terreni, presidiati e fortificati, con all’interno tende di tela in cui vivono i prigionieri, vittime oltre che della repressione anche delle intemperie.

Qui i prigionieri sono vittima della repressione: incursioni da parte delle autorità carcerarie a tutte le ore, lancio di lacrimogeni nelle celle, percosse e in alcuni casi l’utilizzo di armi da fuoco come successo in più scioperi e rivolte portate avanti dai detenuti.

I prigionieri lottano contro la carenza di cibo, la requisizione dei propri beni, la negligenza sanitaria. Molto spesso in caso di azioni di resistenza fuori dalle carceri le autorità carcerarie indirizzano la propria rappresaglia contro i prigionieri all’interno con irruzioni violente e punizioni collettive.

La lotta del movimento dei prigionieri
Contro questi trattamenti e contro la detenzione amministrativa solamente un mezzo ha pagato e dato i suoi frutti… Non arretrare e non accondiscendere, ma resistere e lottare.

Se negli ultimi anni vi è stato un relativo miglioramento della situazione dei prigionieri è stato solamente grazie alle battaglie combattute dai prigionieri stessi. Molte sono state le misure punitive che sono stati capaci di far cancellare; negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse forme di lotta, come lo sciopero della fame che ha costretto l’amministrazione carceraria sionista a garantire di non rinnovare la detenzione amministrativa a decine di detenuti. Grazie alla lotta dei prigionieri nelle carceri questi sono riusciti a riottenere il permesso di vedere i propri cari nelle visite famigliari che a molti erano state negate per anni.

Crediamo che il nostro compito come palestinesi, all’estero in generale e in Italia nello specifico, sia appoggiare e sostenere la loro lotta… Allo stesso modo ci aspettiamo da tutti coloro che si professano sinceramente internazionalisti un sostegno e un appoggio nel far arrivare la questione dei prigionieri politici palestinesi all’opinione pubblica e utile a far pressione all’Italia che, tutt’ora, aldilà del colore del governo di turno, continua a portare avanti oltre agli scambi commerciali anche una cooperazione militare e d’intelligence con l’entità sionista.

Dati e numeri:
Ad oggi il numero stimato dei prigionieri è di circa 5700 persone, tra cui 230 minori e 48 donne. Il numero dei prigionieri in regime di detenzione amministrativa (quindi senza capi d’accusa) è di circa 500 persone. I prigionieri malati sono 1800 (circa un terzo), di cui 700 necessitano di un intervento tempestivo.

Sono circa 221 i palestinesi che hanno perso la vita nelle carceri sioniste, o uccisi a sangue freddo, o morti a causa delle pesanti torture oppure per negligenza medica. Più precisamente coloro che hanno perso la vita per negligenza medica sono 65: l’ultimo è stato Bassam al-Sayeh, morto poche settimane fa di cancro – le autorità sioniste non gli hanno concesso di ricevere cure.

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