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La valenza politica della memoria storica palestinese

Centro Ricerca PalestineseFin dalla Dichiarazione di Balfour, con la creazione di un “focolare nazionale ebraico” e l’inizio della colonizzazione della Palestina, il sionismo ha dichiarato guerra agli abitanti storici della regione, al di là della loro etnia, confessione religiosa o appartenenza ideologica. La pesante e continua aggressione dell’entità sionista a danno del popolo palestinese, al fine di imporre la propria “esistenza fisica”, è stata certamente scandita da tragiche aggressioni militari, ma è forse sul piano economico, politico e culturale che ha prodotto gli effetti più insidiosi.

L’obiettivo finale del sionismo è rimasto sempre quello di mirare alla distruzione dell’identità stessa del popolo palestinese, risultato che, non certo perseguibile con la sola pulizia etnica, ha necessitato l’elaborazione di una ben più complessa strategia. Innegabilmente, la violenza dell’attacco sionista è riuscita, in un primo momento, a disorientare e sparpagliare il popolo palestinese, il quale impiegherà decenni prima di sviluppare un’effettiva cultura resistente.

A questo proposito i palestinesi, reduci dalla catastrofe della Nakba del ’48 e costretti alla diaspora, si ritrovarono uniti attorno all’avvenimento più tragico della propria memoria collettiva, pilastro del nuovo sentimento nazionale: non è un caso che il panarabismo proprio nei primi anni del 900 inizi ad essere connotato da riferimenti più prettamente nazionali. Con la Nakba del ’48 e poi con la guerra del ’67, si moltiplicarono i campi profughi, popolati da centinaia di migliaia di palestinesi che ancora oggi anelano al ritorno alle proprie case, alla propria terra, alla libertà.

Così, a partire proprio dalla “catastrofe” del 1948, iniziarono le prime produzioni letterarie palestinesi resistenti, espressione di una coscienza finalmente condivisa dalla maggior parte della popolazione e non più esclusivo patrimonio di avanguardie politiche e intellettuali. Seppur feriti, cacciati e costretti ad ogni sorta di privazione, per i palestinesi fu oramai chiaro che la risposta alle falsità storiche e culturali dei sionisti era tanto importante quanto l’incessante ricerca di una capacità offensiva da contrapporre al nemico, anzi i due aspetti iniziarono ad essere considerati elementi inscindibili nella lotta per il Ritorno e l’Autodeterminazione. Come vedremo, i sionisti impareranno a temere tanto la penna quanto il fucile, tanto l’intellettuale quanto il militante della causa palestinese.

La difesa della memoria storica palestinese iniziò quindi a dotarsi di un metodo scientifico ed organizzato solamente a metà degli anni 60′ e, di fatto, va contestualizzata all’interno di una fase di generale “risveglio nazionale” che portò al consolidamento della forza e della presenza delle organizzazioni del movimento di liberazione nazionale, prima su tutte l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Si moltiplicarono spontaneamente le iniziative politiche, artistiche e culturali, specie nella diaspora, dove la necessità di contrapporsi ai piani di “integrazione e insediamento” dei profughi nei paesi ospitanti si impose come una priorità assoluta. Sono gli anni di intellettuali e poeti come Ghassan Kanafani, Tawfiq Zayyad, Samih El Qasem, Fadwa Toukan; anni in cui iniziano a diffondersi i periodici politici e culturali palestinesi come Al-Hourriya, Al-Hadaf, Filastin Al-Thawra, etc…

Dalla consapevolezza che quella con il nemico è anche una battaglia per la salvaguardia della memoria storica e dell’identità popolare nacque, il 28 febbraio del 1965, il Centro di Ricerca Palestinese di Beirut che si prefisse, tra l’altro, di fornire alle giovani organizzazioni politiche, impegnate sul campo della liberazione nazionale, una base teorica ed una direzione nella pratica rivoluzionaria. A partire dal 1971 il Centro iniziò a pubblicare il periodico Al-Shu’un Al-Filastiniyya (“Affari Palestinesi”) che documentava gli aspetti della vita sociale, della storia e della cultura palestinese. Tra le attività del Centro, vi era anche il monitoraggio e l’approfondimento delle questioni interne all’entità sionista: lo studio quindi delle diverse posizioni politiche interne, le analisi sulle dinamiche e sulla composizione della società sionista, etc… Tutto ciò che risultasse funzionale al perfezionamento di una tattica ed una strategia politica utile al movimento di liberazione nazionale palestinese diventò una disciplina di studio e ricerca.

La produzione politica e letteraria palestinese venne immediatamente percepita come una minaccia da parte dell’entità sionista: sin dagli albori del movimento di liberazione nazionale palestinese, infatti, vennero spese ingenti risorse ed energie volte a conoscere, contrastare e, ove possibile, distruggere quanto veniva costantemente scritto, illustrato, rappresentato, filmato e diffuso. Anche a questo proposito, emblematica è la vicenda del Centro di Ricerca Palestinese di Beirut, il quale, depredato durante l’invasione del Libano, ha visto impegnati, nell’atto di studiarne e catalogarne i materiali, numerosi storici ed archivisti sionisti che supervisionarono le attività di trasferimento dei documenti in luoghi segreti dove non avrebbero mai più potuto nuocere il progetto sionista. Sul materiale trafugato sono stati condotti veri e propri studi dettagliati sulla propaganda politica palestinese, sui metodi di comunicazione adottati dalle organizzazioni politiche della Resistenza, sui contenuti politici, sulla forma utilizzata per la trasmissione e la diffusione di tali contenuti.

Non certo sporadiche quindi furono le occasioni in cui è stata minacciata e messa in pericolo la produzione politica, artistica e culturale palestinese. Di questi momenti, ricordiamo quelli che hanno avuto come obiettivo il Centro di Ricerca Palestinese di Beirut:

– Nel 1969, sconosciuti lanciano esplosivi all’entrata del Centro da un’auto in corsa; l’esplosione porta alla distruzione dei vetri dell’ingresso;
– Durante l’estate del 1972, una lettera esplosiva inviata all’ex-Direttore Generale del Centro, il Dott. Anis Sayegh, esplode all’apertura provocando danni e ferendo diverse persone;
– Nel 1974, il Centro viene colpito da quattro razzi lanciati da un’auto parcheggiata in una piazzetta vicina all’ingresso; l’attacco provoca ingenti danni alla biblioteca ospitata, distruggendo diverse centinaia di pubblicazioni e documenti;
– Durante il luglio del 1982, un’autobomba viene fatta esplodere nei pressi del Centro, l’esplosione porta alla distruzione dell’ingresso ed al ferimento di un lavoratore;
– Nell’agosto del 1982, una seconda autobomba esplode provocando, fortunatamente, meno danni di quella precedente;
– Il 15 settembre 1982, le forze d’invasione sioniste, durante l’assedio di Beirut Ovest, prendono definitivamente il controllo della struttura del Centro, portando avanti una sistematica operazione di trafugamento del materiale. Un’unità dell’esercito sionista si stabilisce all’interno della struttura assieme ad archivisti e ricercatori impegnati nella direzione del trasferimento dei documenti per mezzo di numerosi camion blindati diretti verso la Palestina occupata. Stando ai racconti di chi ha vissuto quei terribili giorni, per il trasporto di tutto il materiale, furono impiegati ben 17 camion;
– Il 5 febbraio del 1983, alle ore 13:58 un’esplosione, sempre causata da un’autobomba, colpisce la sede del Centro, uccidendo 8 impiegati (Subhi Olwan, Salim Isawi, Mohammad Azzam, Bahaa Al-Deen Mansur, Hanna Shahin, Sabbah Kurdiya, Muna Khattab, Sana’ Odeh) e ferendone 18. Gran parte dei contenuti e del materiale del Centro va irrimediabilmente distrutta. Dopo quest’ultimo attentato, i servizi d’intelligence libanesi accusano lo stesso Centro di aver pianificato l’esplosione, cosa resa ulteriormente surreale dal fatto che, in seguito, tutti i dipendenti sopravvissuti si vedono costretti alla latitanza. Conseguentemente, in simili circostanze, si giunge in breve tempo alla fine dell’attività del Centro di Ricerca Palestinese.

Negli anni successivi diversi sono stati i tentativi di ricostruire un progetto simile, come la temporanea riapertura del Centro al Cairo, ma senza rilevanti risultati. Durante una trattativa per uno scambio di prigionieri, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) chiese la restituzione del materiale trafugato al Centro di Ricerca Palestinese di Beirut arrivando così, il 23 novembre 1983, ad un tavolo di trattative ad Algeri, con intermediazione della Croce Rossa Internazionale, per definire lo “scambio”. I sionisti inviarono 113 scatole di legno contenenti materiale precedentemente sottratto; sul posto, però, nessuno dei membri del Centro, fu in grado di poter controllare la lista dei documenti restituiti.

E la storia del materiale del Centro di Ricerca continua ad intrecciarsi fittamente con la storia e le contraddizioni del movimento di liberazione nazionale: l’opposizione interna di Fatah, rimasta a Damasco e in disaccordo con la dirigenza trasferitasi in Tunisia, accusò la corrente “arafatiana” di aver compromesso il lavoro di documentazione e ricerca effettuato tra il 1965 e il 1982. Tale polemica sfociò in un comunicato di condanna redatto da un gruppo di intellettuali e personalità politiche che, riunitosi nella sede dell’Unione degli Scrittori e Giornalisti Palestinesi (sita a Damasco) alla presenza di Naji Alloush, denunciava “il tentativo di cancellare la memoria storica palestinese” perpetrato dalla corrente “arafatiana” ideatrice del piano. Il materiale restituito infatti rimase abbandonato per lunghi mesi all’aperto, in un campo d’addestramento vicino ad Algeri, esposto agli agenti atmosferici che, fortunatamente, non causarono un eccessivo deterioramento dei documenti. Quest’ultimi vennero trasferiti poi in un campo d’addestramento sito a Tébessa, dove, nel marzo del 1986, Samih Shbeib e Sabri Jeries riuscirono solo momentaneamente a visionarli prima dell’ennesimo occultamento ad opera dell’entourage di Yasser Arafat che non mostrò mai il benché minimo interesse nel porre fine allo scempio.

Inevitabilmente le condizioni del materiale peggiorarono con il passare del tempo, a causa delle intemperie, degli insetti ma soprattutto a causa dell’indifferenza dell’Ambasciata Palestinese ad Algeri che, in diverse occasioni, si rifiutò di prestare assistenza agli addetti del Centro nel loro tentativo di trasferire il materiale a Cipro. Le peripezie continuarono: quel che rimaneva del materiale fu inviato da Limisso (Cipro) al Porto di Asdod, dove rimase fermo per oltre dieci mesi. Il Centro, ormai a Nicosia, con l’avvento degli infausti Accordi di Oslo e l’entrata in campo della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), si trovò senza più respiro: la dirigenza di Fatah, a quanto pare non soddisfatta dalla perdita dell’immenso archivio, gli diede il colpo di grazia, tagliando oltre le soglie del ragionevole i finanziamenti alle attività del Centro. Con il Decreto 20 del 1994, a partire dal 22 settembre dello stesso anno, Yasser Arafat trasforma il Centro Ricerche dell’OLP in un ufficio sotto la direzione del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese: l’imparzialità e l’indipendenza del Centro ne usciranno devastate in questa trasformazione in organo stampa dell’ANP. Oggi quindi possiamo tristemente affermare che del materiale di quel periodo così ricco, è sopravvissuto ben poco ed in forma assai frammentaria.

Dato lo stretto rapporto tra la difesa della memoria storica e l’elaborazione della teoria rivoluzionaria, non risulta difficile immaginare il duro colpo inferto dal sionismo, in combutta con il collaborazionismo arabo, con la perdita del materiale del Centro di Ricerca Palestinese.

Lo smembramento ed il completo abbandono della difesa della memoria storica palestinese rappresenta uno dei disastrosi effetti dello sgretolamento delle strutture organizzative politiche palestinesi. Senza questa bussola, per gli stessi palestinesi è divenuto ancor più difficile riuscire a delineare un’efficace strategia politica nazionale sulla quale, parallelamente, raccogliere una significativa solidarietà internazionalista, così come avvenuto in passato.

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